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CHI È MORTO ALZI LA MANO

2019

DI AUTORE

 

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Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. Note di regia. i i giovani vogliono dai loro padri. Vuole sapere chi è. Da dove viene. E per quanto ci provi non so cosa dirgli.” È questo l’inizio di una saga familiare, un viaggio ‘genealogico’ nella memoria, le eredità e l’abbandono, che ci porta - avanti e indietro nel tempo, dal 1959 fino al 2039 – alle soglie di un pesce caduto dal cielo in un diluvio torrenziale che ha il sapore eccentrico e favoloso della pioggia di rane in Magnolia di Paul Thomas Anderson.

When the Rain Stops Falling racconta del tempo come sapere e dimenticanza, sapore e leit motiv involontario. Grazie alla sua formidabile architettura drammaturgica il testo investiga la mortalità e la famiglia, la memoria e le eredità, mostrando come i segreti, le verità taciute, le omissioni, non cancellano ciò di cui non si parla, che invece resiste come un lascito tramandato di generazione in generazione, una forma di inevitabile predestinazione, un ‘guasto’ di famiglia o un ‘dono’ inaspettato. E racconta, magicamente, che il tempo inteso come meteorologia influenza le nostre vite e di fatto cambia la Storia. Per spingere lo sguardo fino a un futuro vicino, alla vigilia di una piccola apocalisse climatica, di cui la pioggia perpetua è la prima conseguenza.

Disegnato con il meccanismo quasi perfetto di una bomba a orologeria, When the Rain Stops Falling ha una natura ibrida, stratificata e mobile, che passa da falsi duetti a monologhi che rivelano la propria natura di un dialogo serrato con il passato. Alla regia e agli interpreti, chiede immediatamente di farsi fuori, o meglio lasciarsi ‘fare’ dalle scene, dalla partitura, dalla curva delle relazioni e dalle singole parole. E grazie a questo lasciar emergere incidenti, associazioni e distrazioni; quelle che potremmo chiamare ‘interferenze’: echi di frasi già dette da chi ci ha preceduto, la presenza del proprio passato o del futuro mentre stiamo letteralmente vivendo.

Un tavolo-mondo e nove sedie, pochi oggetti, piatti, qualche ombrello, una valigia, e un grande pesce caduto dal cielo. E dietro, la superficie d’intonaco della parete, antica e allo stesso tempo ancora fresca. E su questo ‘muro’, che getta in avanti la scena come in una visione ravvicinata, la proiezione dell’albero genealogico – come uno scheletro luminescente – ci ricorda che il punto centrale del discorso non è tanto scoprire la ‘vera storia’ di una famiglia, ma è la famiglia stessa. E in questa compressione, all’orlo del proscenio, un parco, un cimitero, una spiaggia dal manto stellato, disegnati dai toni caldi e freddi delle luci, dal colore delle immagini e dalla profondità dei paesaggi sonori, per aprire lo spazio all’irruzione di quel fuori campo che il cinema ha saputo così sapientemente portare in scena.

Una partitura complessa, sonora e visiva, che accompagna i personaggi – e lo spettatore – dentro e fuori dal tempo, all’interno di ogni sua piega. 

crediti

testo di Andrew Bovell da un progetto di lacasadargilla regia Lisa Ferlazzo Natoli traduzione Margherita Mauro con Caterina Carpio, Marco CavalcoliLorenzo Frediani, Tania GarribbaFortunato LecceseAnna MallamaciEmiliano MasalaCamilla Semino Favro, Francesco Villano scene Carlo Sala costumi Gianluca Falaschi disegno luci Luigi Biondi disegno del suono Alessandro Ferroni disegno video Maddalena Parise aiuto alla regia Margherita Mauro assistente ai costumi Nika Campisi assistente alle luci Omar Scala assistente alla regia volontaria Caterina Dazzi fondale realizzato da Rinaldo Rinaldi costumi realizzati dall'Atelier Fondazione teatro Due scene costruite nel laboratorio di ERT foto di scena Sveva Bellucci ​immagine di locandina frames dall’opera Caelum di Daniele Spanò produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma – Teatro NazionaleFondazione Teatro Due con il sostegno di Ambasciata d’Australia e Qantas

 

foto

 

 fotografie © Sveva Bellucci

“Non avere niente da dire è semplicemente un altro modo di avere

così tanto da dire che non si osa nemmeno cominciare”

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