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2018

GAME

DI BRAD BIRCH

 

Game di Brad Birch ha la singolare capacità di tenere assieme livelli diversi, riuscendo a combinare - come in un gioco appunto - la natura di un thriller, il tema della corruzione e l’analisi di certi meccanismi dell’inconscio. Tanto da sembrare un testo pienamente realistico per l’accuratezza con cui disegna le relazioni familiari – tra padri e figli, fratelli e coppie – mostrando quanto queste possano diventare legami di controllo, con tutte le implicazioni profonde delle pulsioni e delle eredità. Ma il ‘gioco’ si trasforma lungo il corso di una notte, alternando sonno e veglia nella scrittura stessa e nello ‘stato’ dei personaggi, per scivolare da occasione concreta - un funerale e il calcio, come impresa e passione di cui la famiglia protagonista ha vissuto – a luogo metaforico e psicanalitico di ogni partita che le nostre esistenze ci concedono e ci impongono: il potere, l’amore, l’oscillare tra scelte individuali e lascito familiare, o il semplice insopportabile desiderio di fuggire da un passato che tiene tutti prigionieri.

 

Chiamare Game un testo in cui il calcio non è l’argomento principale, ma solo lo sfondo o l’’occasione’ di un plot, è come rilasciare un gas - invisibile e resistente - che preme dal basso e richiama il gioco della vita, delle finzioni, delle menzogne e i desideri, oltre e intorno al gioco del calcio in senso stretto. Un’emissione, un senso di pericolo, scende piano sulla questione dell’eredità, dei sogni infranti e ricomposti in nuova forma e infine sulla corruzione nel calcio che rimanda alla corruzione e alla connivenza delle singole anime con sé stesse e con il mondo. Da questo ‘ambiente drammaturgico’, dalla partita appunto, far uscire di scena i personaggi è impossibile, sono come incastrati in un luogo e in un tempo, a fare da campo lungo o da falso primo piano mentre la storia scivola inquieta a notte piena verso un’alba livida.

 

Per trasmettere questa stratificazione di livelli si è lavorato su una partitura di azioni minute e stratificate, quasi allucinatorie a tratti, in cui i paesaggi sonori dislocano il significato principale ‘apparente’ di ogni singola scena, dei dialoghi trattenuti e delle attese, sommando alle pause e alle parole, note distorte in lontananza, richiami notturni ed echi di canzoni che sembrano nascere dalla psiche dei personaggi. 

 

La scena ‘iper-realistica’, quasi troppo puntuale, con echi di Hopper, ambienta la veglia funebre in un bistrò letteralmente sospeso sul grande campo da calcio dello Stadio di La Valletta, così che il ‘fuori’, inteso come fuori campo dell’azione e dei desideri dei protagonisti, si muova intorno al centro notturno dell’azione. Sparpagliate in giro, intorno al tavolo, bottiglie, bicchieri, corone di fiori. Troppe per essere completamente naturali. E una cucina su cui qualcosa bolle fino all’alba.

 

Il bere, punteggiato da brindisi, è una specie di ‘metronomo’ nel testo, filo drammaturgico delle omissioni, musicale e psichico, come un’ossessione e una partitura, colonna sonora concreta e inconsapevole, abitudine collaudata e pericolosa di questa famiglia allargata. Mentre s’intravede il fantasma del padre – a campo lungo, in fondo al campo di calcio dello Stadio – tagliare l’erba attorno all’area di rigore la notte prima della partita, come buon auspicio. Dissolvenza. Buio.

note

crediti

testo di Brad Birch regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni con Malcom Galea, Erica Ann Muscat, Stephen OliverJulia Ann Camilleri, Davide Tucci scene Romualdo Moretti disegno luci Chris Gatt disegno del suono Alessandro Ferroni scenotecnica Joe Galea, Claudio Apap produzione Unifaun Theatre Productions, Teatru Malta

 

foto

 

 fotografie © Darrin Zammit Lupi

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