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IL GATTO VERDE

2013

DI ELISE WILK

 

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“Lo avete mai visto un gatto verde?” è la domanda che innesca il meccanismo drammaturgico su cui Elise Wilk scrive il suo singolarissimo testo. Si apre così un racconto a sei voci: sei liceali sembrano raccontare ‘a qualcuno’ di uno stesso sabato sera, e degli eventi che hanno portato a una precoce e tragica resa dei conti. I giovani ricostruiscono – in un montaggio alternato degno di un film di suspense – tempi e prospettive diverse di quella stessa storia e con questa emergono d’improvviso le forme linguistiche, le provenienze familiari, tratti delle vicende individuali, un certo modo di sedersi o camminare, un colore, brandelli di desideri e paure. Si ha l’impressione che ognuno racconti per non affogare, tenendo viva la propria versione della vicenda e quindi tenendosi stretta la possibilità di sopravviverle.

I sei parlano direttamente al pubblico, come fosse una testimonianza, o quasi un documentario, in un inquietante isolamento fisico ed emotivo. E – quando si capisce la natura dei fatti accaduti – la narrazione prende immediatamente la forma di un vero e proprio interrogatorio con tutte le omissioni, le menzogne e la dose di rappresentazione che questo inevitabilmente comporta. 

 

C’è ne Il gatto verde, una sorprendente fiducia nelle tante lingue segrete che costituiscono ‘la persona intera’ con tutte le inezie, le distrazioni e le ossessioni di cui si compone. Fiducia in una scrittura movimentata e associativa che si spinge fino a disseminare nel testo un senso del colore davvero singolare, un andamento emotivo che riesce a mostrare in pochi tratti le posture dei personaggi, e un umore che si attacca a piccoli e grandi oggetti come il bottone d’ottone cucito nel capotto, le caramelle rosa, un rossetto troppo scuro e il bianco aspro della vodka.

Resta per noi lettori – al di là della ‘messa in scena teatrale’ – la precisione scivolosa delle parole, la cadenza sottile e sempre mobile della lingua, la resistenza di desideri e rancori, la stratificazione degli immaginari tra l’Ovest del mondo scintillante e arso, e un Est ancora magico sotto macerie e nuove fondazioni. 

 

APPUNTI DI LAVORO ALLA MESSA IN SCENA

 

Giocare con la struttura narrativa a patchwork sovrapponendo a tratti i monologhi dei personaggi, per sottolineare che gli immaginari dei sei ragazzi potrebbero ‘quasi’ incontrarsi se solo non fossero isolati e costretti nel proprio racconto. Uno spazio interno, dell’anima, come una camera bianca della mente dove il meccanismo di esclusione e di solitudine si fa eco da una versione all’altra.Lasciare aperto un varco tra gli interpreti e i personaggi grazie a una recitazione che non permetta una completa immedesimazione: non memorizzare del tutto il testo per costringere gli attori a mettere mano al copione e ad aprire la scrittura verso il pubblico.

Il copione campeggia in sei copie, una per ogni attore, sulle sedie vuote prima ancora che lo spettacolo inizi, mentre il pubblico prende posto in platea. Sei sedie frontali, in mezzo il buio del palcoscenico; le posizioni sono asimmetriche, chi poco più avanti chi leggermente indietro. Chi, ancora completamente separato sulla sinistra o spinto a fondo palco. Come a ricordare l’incolmabile differenza dei racconti e la natura specifica di ciò che ognuno ha perduto tra quel sabato e l’inizio della deposizione.

NOTE ALLE IMMAGINI

 

Ad aprire la mise en espace Apocalypse Town, un prologo per immagini, una sorta di viaggio on the road attraverso i paesaggi siderali della Romania. Sequenza fatta di immagini d’archivio trattate con il solo artificio del colore. Siti industriali in rovina, ciminiere, grattacieli ai margini di sobborghi. Da Bucarest a Brasov, fino alla regione industriale di Copsa Mica, il colore affiora dai dettagli delle architetture in bianco e nero: cartelloni pubblicitari, alberi cresciuti fra le ciminiere, vestiti appesi fra i blocchi di cemento. I colori, come nel racconto, tingono il grigio dei palazzi. E c’è il verde, colore del gatto e colore dell’erba residua dei sobborghi industriali, giù fino alle strade della “capitale corrotta”…

crediti

testo Elise Wilk traduzione Roberto Merlo mise en espace a cura di Lisa Ferlazzo Natoli in collaborazione con Alice Palazzi realizzazione video Apocalypse Town Maddalena Parise con Caterina Acampora, Lorenzo La Posta, Anna Mallamaci, Valentina Morini, Francesca Verzaro, Mario Zaza assistente alla regia Francesca Zerilli si ringrazia il Centro Internazionale La Cometa residenza artistica teatroinscatola una produzione Fabulamundi Playwriting Europe | Short Theatre | 2013

 

APOCALYPSE TOWN

 

progetto video © Maddalena Parise

“Se ti immagini una cosa abbastanza a lungo, quella cosa dopo un po’ comincia a esistere.”

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