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URANIA

2019

CITTÀ DELLE STORIE DISABITATE

 

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STORIE DISABITATE, INVENZIONE DI UN LEMMA 

di Silvana Natoli

 

Storie disabitate è un'espressione della fisica, per dire di un universo che non ha un'unica storia ma tante, storie multiple, tutte possibili.
Disabitate allora nel senso che non sono abitate dall'uomo come lo conosciamo. La fantascienza introduce differenze nel reale a noi noto, fa "la mossa del cavallo" lungo l'asse (lineare e progressivo) del tempo e della storia.’Abita quelle storie rimaste ad aspettare. Ma è ciò che fa anche la scienza, con il suo mondo aleatorio, probabilistico e congetturale, dove il reale e l'immaginario si incontrano... Fantascienza e scienza dunque si intrecciano nel raccontare un mondo mutante, in cui tutto è possibile se è pensabile e dove ciò che è pensabile è possibile. 

 

La fantascienza è in sintonia con le angosce della modernità, con le sue peculiari minacce: la macchina, la massificazione, l'alienazione, la guerra, l'estinzione.
La fantascienza ama le soglie, luogo dell'inatteso e dell'inaspettato, dove le cose stanno in oscillazione sospesa e non si immobilizzano in forme. La fantascienza ha una strutturale fisiologica necessaria comprensione e accoglienza di ciò che è diverso, che rende l'intolleranza e il razzismo impraticabili.  

 

 

 IL PROGETTO

 

L’operazione messa in atto dalla fabula di fantascienza fa un’operazione azzardata: costruisce un modello autosufficiente e credibile, che è poi la stessa operazione messa in atto dalle scienze sperimentali, non tanto per ‘verificare’ delle ipotesi, ma perché si sono immaginati funzionamenti, intuiti linguaggi, Wittgenstein direbbe, delle “forme di vita”. Non stupisce dunque che tanti scrittori di fantascienza – veri e propri mitografi –, abbiano un’opinione e una posizione forti riguardo a questo, di mondo. È come se, a proposito di storie, del loro tempo e della loro natura, la fantascienza, letteratura minore, dunque libera dai principi d’efficacia, avesse potuto ereditare una prospettiva politica e quel respiro lungo dell’epos che tanta letteratura contemporanea fatica a ritrovare.

 

Urania, la città delle storie disabitate, nasce dall’esigenza di portare le storie ‘minori’ della fantascienza a teatro e sperimenta un formato misto inedito ed eterogeneo – narrativo sonoro e visivo con un impianto musicale che circonda letteralmente gli spettatori - raccontando il nostro ‘qui e ora’ con tratti immaginifici, che convogliano appassionati di teatro, lettori di fantascienza, cultori della musica e spettatori non abituali. Un formato sperimentale che si espanderà negli anni portando alla creazione di un progetto pluriennale, allargato e multimediale come IF / Invasioni (dal) Futuro

 

La selezione dei romanzi e dei racconti segue il filo rosso delle Storie Disabitate: linee narrative possibili in attesa d’essere raccontate, che si disegnano sempre su un principio di viaggio e di mappa - sociale geografica o emotiva che sia. “Storie disabitate dall’uomo come lo conosciamo”, spogliate dalla figura dell’uomo, o in cui avvenga un’inversione di sguardo tra razza umana e figura aliena, per cui sia quest’ultima a costruire il punto di vista, o ancora, in una sorta di archeologia del sapere, racconti o romanzi che sembrino muovere indietro per riprendere le origini della razza umana e proiettarla nel futuro, mutata. 

 

Si è costruito così un corpus inedito che mescola romanzi conosciuti e racconti inediti, testi poetici ed epici: - il romanzo La salvezza di Aka di Ursula Le Guin dove l’inviata terrestre Sutty studia le tracce di una civiltà portata all’estinzione dall’inesorabile modernizzazione del pianeta; Sutty indaga la millenaria tradizione di Aka fino alle radici della grande Montagna, dove sorge l'ultima delle biblioteche nascoste; - Ma gli androidi sognano le pecore elettriche? (Blade Runner) di Philip Dick che con le sue atmosfere radioattive e ‘degenerate’ indaga la natura degli uomini di fronte a qualcosa che non riusciamo ancora a definire umano, i magnifici, perturbanti androidi Nexus 6; - una selezione di racconti dei maggiori autori di fantascienza - Simak (Le bambinaie, Il paese d’autunno); Bradbury (Cadrà dolce la pioggia, Ylla); Asimov (L’uomo bicentenario, Addio alla terra); Herbert (Una scorta di semi); Brown (Sentinella); e infine - il Canto per i pianeti, una sorta di dedica ai pianeti e al cielo tutto che ha origine agli albori di quella modernità che ci ha condotti fino al primo lancio spaziale. Una riflessione ‘lunare ’e ‘planetaria’ affidata alla voce di Massimo Popolizio in cui si mescolano testi teatrali a testi scientifici e poetici - Galilei, Leopardi, Savinio, Manganelli, Calvino, Petrolini, Trilussa

 

L’ambientazione immaginata, grazie innanzitutto alla scenografia naturale del Gazometro con il canneto antistante, produce una singolare commistione d’archeologia industriale e paesaggio naturale. Una radio in abbandono in omaggio a La Guerra dei Mondi di Orson Welles, al cui interno sono rimasti singoli elementi mal funzionanti, polverosi e quasi privi di colore; lo stile riprende quell’alternanza temporale così tipica di tanta fantascienza in cui passato arcaico e futuro tecnologico coabitano. Oggetti decisamente futuribili, quasi astratti, sgabelli, poltrone in acciaio, un divano malmesso, ed elementi decisamente datati intorno agli anni ’40: microfoni, un tavolino in legno, i clarini e il sax, una vecchia insegna ON AIR in disuso. Le luci sono ghiaccio e azzurri slavati, di taglio, a tratti frammiste a piogge ambrate.

 

Prima dell’inizio degli spettacoli una video istallazione si ‘imprime’ sulla facciata del teatro: un percorso visivo che accosta immagini scientifiche a paesaggi architettonici: dall'infinitamente lontano, all'infinitamente piccolo, dall'interno del corpo umano alle molecole della materia. Spazi desolati e città in rovina, insetti che se ingranditi al microscopio si trasformano in mostri o tessuti ingranditi a dismisura che somigliano a carte geografiche di paesaggi inesistenti.

crediti

da un'idea di Silvana Natoli a cura di Lisa Ferlazzo Natoli selezione e riduzione testi Silvana Natoli direzione musicale Gianluca Ruggeri scene e costumi Fabiana di Marco immagini e progetto video Maddalena Parise montaggio video Alessandro Ferroni assistenti alla regia Alice Palazzi, Kadia Baston con Manuela Mandracchia, Mascia Musy, Massimo Popolizio e Giovanni Calcagno, Simone Castano, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Aida Talliente musiche dal vivo Gianluca Ruggeri e Lutte Berg, Gabriele Coen, Elisa Astrid Pennica, Gianni Trovalusci

 

3-18 luglio 2009, Roma, Teatro India

 

foto

 

 fotografie © Teresa Visceglia

“Li condussero a vedere la Biblioteca e rimasero esterrefatti.

La cavità più grande di tutte, enorme, con migliaia e migliaia di libri, rilegati in pelle,

in tela, in legno, oppure manoscritti, rotoli di carta, scatole intarsiati e scrigni pieni di piccole strisce,

Un labirinto di parole, l’immensa storia spezzata di un popolo e di un mondo"

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La luna, John Adams Whipple e Georges Philips Bond

26 febbraio 1852, dagherrotipo, Cambridge, Osservatorio dell'Università di Harvard