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rassegna stampa

2008/2010

ASCESA E ROVINA DELLA CITTÀ DI MAHAGONNY

DA BERTOLT BRECHT

 

FASE I

Cosa accadrebbe se, facendo un tentativo, costruissimo una città dal nulla nel mezzo di un paese qualsiasi e se la costruissimo per prosperare malgrado tutto, secondo una sola regola: “Tenete a mente: prima mangiare, numero due d’amor l’incanto, terzo, la boxe non tralasciare, quarto sborniarsi e questo è quanto. Ma sia ben chiaro che qui da noi nulla è proibito” ? E perché no? Sembrerebbe un piccolo paradiso d’anarchia.

La città di Mahagonny dice “Tutto è permesso” e tralascia intenzionalmente di mostrare l’altro verso della medaglia, ovvero la domanda: “A chi?” Lo scopriremo quando la città in fiamme avrà già chiuso le sue porte dietro le nostre spalle; perché Mahagonny ha un solo difetto, ha bisogno di denaro. Brecht - grazie a un esperimento d’inversioni, facendo uso di temi popolari, ballate jazz, un coro di disgustosi e magnifici personaggi e un’ambientazione ‘americana’ che fa da eco amplificata alla Germania e all’occidente tutto - ci racconta che “siamo già all’inferno”.  

Costruendo una piccola epica, scrive sui nostri cartelli di protesta: ”Per la proprietà privata. Per l’equa ripartizione dei beni ultraterreni. Per l’ingiusta ripartizione dei beni terreni…”, come fosse una caustica messa nera del capitalismo. Mahagonny sembra non avere luogo, lascia però una scia e la sua mappa si riproduce dietro di noi appena crediamo d’avergli voltato le spalle. Lo scoprirà a sue spese Paul Ackermann, cedendo a un azzardo, a un istinto oscuro, quasi  ‘rivoluzionario’. Quasi. Alla sua morte, ecco ciò che resta: l’orologio, la pistola, il libretto d’assegni e una camicia. E il coro di Mahagonny che incalza in processione recando quei cartelli, mentre si sente ancora cantare “Oh, Moon of Alabama”.

Ascesa e rovina della città di Mahagonny è un lavoro nato da ciò che è poco più di un soggetto se si ‘estrae’ dall’opera musicale, lasciando solo l’anima di ferro, perfetta per riflettere su città e capitalismo, sui riti, le regole e le scelte che ne segnano i passi. E mettere brutalmente in scena un’ “opera gastronomica”, come chiedeva Brecht. Che lasci al pubblico, solo dopo, il compito di fare i conti con la natura di quella tavola riccamente imbandita per lui. Di quel soggetto si è riscritto il tracciato, azzardato biografie e personaggi nuovi, approfondito le linee; e così la mappa di Mahagonny si è disegnata attorno a immagini di nuove città o di uomini e donne sconosciuti, una foto della luna, canzoni di Weill, parole d’altri testi brechtiani - insomma una sorta d’omaggio a un autore che sta ancora indicando all’oggi come ‘fare teatro per rendere più maneggiabile il mondo’.

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crediti

progetto e regia Lisa Ferlazzo Natoli scene Fabiana Di Marco immagini Maddalena Parise luci Luigi Biondi cori e canzoni Marta Zanazzi costumi Gianluca Falaschi regista collaboratore Monica Angrisani aiuto regia Ilenia Caleo / Alice Palazzi con Fortunato Leccese, Giordano Di Palma, Christian Piscitelli, Daniele Amendola / Fabio Monaco, Selene D’Alessandro, Simone Castano, Matteo Latino, Simone Barraco, Ramona Nardò, Elisa Porciatti, Valentina Morini / Emanuela Lumare, Kadia Baston, Imma Lombardi, Chiara Lombardo al pianoforte Ivano Guagnelli / Silvia Umile foto di scena Sveva Bellucci produzione TSI-Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello  in collaborazione con Centro Internazionale La Cometa  e  lacasadargilla  residenze artistiche Centro Internazionale La Cometa

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FASE II

VAR. 1 PASSAGGIO A NAPOLI

È stato subito chiaro che una dedica a Napoli fosse anche il pretesto per tornare da dove eravamo partiti: il concetto di città – nelle sue mappe storie e architetture - e di polis, come atto immaginifico e costruzione, ad un tempo. Cosa di una città ci colpisce immediatamente, senza che vi sia esattamente consapevolezza? Una certa inclinazione della luce che le costruzioni riescano ancora a far passare. Un’urbanistica, intesa in senso proprio, come progetto o sopravvivenza, come forma di resistenza e emergenza. Un portamento negli edifici e nei corpi, una maniera di trattenere la Storia e di sopravvivere al Tempo. Mahagonny non ha centro né territorio, non ha una luce, se non quella artificiale della messinscena, nasce dal nulla e nel nulla scompare. Napoli è invece stratificata e verticale, antica e seppellita, costantemente ridisegnata, come fosse però sull’orlo di un collasso. 

 

Gli orli di Mahagonny e Napoli si toccano. Possibile conversazione e collisione tra due mappe e due storie, proprio perché tali: una tutta disegnata, manipolata e teatrale e l’altra incompiuta, perpetuamente riprogettata e tradita. È come se Napoli in virtù di una mobilitazione continua che ce la ripresenta irriconoscibile e pure inalterata, delle sue tante urbanistiche, delle utopie architettoniche mai realizzate, o di quelle subito dis-abitate, dei piani regolatori che mutano nell’arco di una notte avesse nel suo centro - o la potremmo chiamare falda, piega? - un tombino che, se scoperchiato, fosse in grado di liberare ‘una’ Mahagonny, e che questa, mettendosi in scena, risucchiasse il residuo di futuro che resta a ogni città occidentale. È come se il ‘900 avesse ri-edificato Napoli su strati ordinati di cemento, bonifiche e rovine, tetti-bauli sigillati; insomma avesse sotterrato la ‘scatola nera’ che si ritrova dopo un incidente aereo, perché la si vuole velocemente dimenticare. E in quella scatola è Mahagonny a sobbalzare. Mahagonny spettacolo-rete che prende la forma più adeguata al desiderio ottuso dei suoi frequentatori, e Napoli delle ribalte animate simultaneamente: balcone ingresso finestra passo carraio cortile e tetto. Napoli porosa, che tutto assorbe e trattiene, e Mahagonny ombra, che ritroviamo alle nostre spalle, ma che appena il sole è alto sembra non lasciare tracce. Mahagonny con i colori squillanti di un Luna Park e dietro, colletti unti e rossetti sbafati. Napoli grigia, di un grigio che si posa sul rosso e sull’ ocra, di un grigio ghiacciato. Mahagonny baraccone imbastito per divertire, per dire che le città oggi come ieri si vendono e si prestano, vanno all’asta come a una fiera, mutano conformazione per stizza o per interesse. Mahagonny che divertendo volge lo sguardo a osservare Napoli, mentre questa si dà da fare proprio sullo stesso palcoscenico, e ogni giorno progetta un abito nuovo e ogni notte affonda, per mutarsi in altro o scomparire.

Ascesa e rovina della città di Mahagonny. Var. 1. Passaggio a Napoli si sviluppa in due movimenti:

1. Lo spettacolo vero e proprio in cui sulla fabula di Mahagonny si innestano –interrompendola, distraendola dal suo corso narrativo, chiamandola ad assistere – frammenti dedicati alla città di Napoli, costruiti per immagini proiettate sulla facciata del Real Albergo, suoni stratificati di città, micro-storie, citazioni tratte da progetti architettonici, cronache storiche, racconti, piani regolatori, descrizione di edifici e strade.

2. Un Prologo in forma di Istallazione-Catalogo per immagini in movimento che raccolgono in forma narrativa le storie di luoghi napoletani invisibili. Tre grandi schermi, reperti e ‘storie’ allestiti nella Cappella del Real Albergo dei Poveri, spazio attraversabile liberamente dal pubblico prima di prendere posto in sala.

 

crediti

progetto di Lisa Ferlazzo Natoli, Alessandro Ferroni, Alice Palazzi, Maddalena Parise drammaturgia e regia Lisa Ferlazzo Natoli scene Fabiana Di Marco disegno immagini Maddalena Parise disegno luci Luigi Biondi cori e canzoni Marta Zanazzi costumi Gianluca Falaschi aiuto regia Alice Palazzi assistente alla regia Mattia Cinquegrani coordinamento musicale  Gianluca Ruggeri suono Fabio Vignaroli coordinamento scene Matteo Latino  scrittura collettiva con Daniele Amendola, Simone Barraco, Kadia Baston, Simone Castano, Selene D'Alessandro, Giordano Di Palma, Matteo Latino, Fortunato Leccese, Imma Lombardi, Fabrizio Lombardo, Chiara Lombardo, Valentina Morini, Ramona Nardò, Christian Piscitelli, Elisa Porciatti al pianoforte Ivano Guagnelli produzione Napoli Teatro Festival con la collaborazione di TSI-Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascellolacasadargilla, Teatro dell’Acquario, con il sostegno di Centro Internazionale La Cometa e di Istituto Italiano di Cultura al Cairo residenze artistiche Centro Internazionale La Cometa, Kollatino Underground

FASE I

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 fotografie © Sveva Bellucci

FASE II

 

 fotografie © NTF

“Poiché non hai pagato le mie tre bottiglie di whisky e la mia asta da tenda,

per questo Paul Ackermann sei condannato a morte.

Per mancanza di denaro, massimo fra tutti i delitti che possano darsi sulla Terra”

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