Bil'in, Territori Occupati, 2010.jpg

2015

WALL ON WALL

 

note

WallOnWall è l’inedita mostra di fotografie ‘fuori misura’ di otto fra le più grandi frontiere esistenti al mondo, documentate nell’arco di dieci anni dal fotografo tedesco Kai Wiedenhöfer ed esposte per la prima volta nel 2013 sull’ala Ovest del Muro di Berlino.

 

WallOnWall. Fotografie e frontiere ai ‘margini’ della città, è un progetto di arte pubblica che, in occasione dello spettacolo Lear di Edward Bond, porta in Italia per la prima volta l’opera di Wiedenhöfer. Un’istallazione di fotografie di grande formato che si dipana dalle pareti del MACRO di Roma fino a invadere gli spazi del Teatro India, dalla facciata esterna alle pareti interne. Come in altro modo il Lear, le fotografie di Wiedenhöfer, incollate come manifesti sulle superfici della città, puntano lo sguardo sulla questione contemporanea dei confini e delle ferite su cui si sono edificate le controverse democrazie occidentali, in un tempo in cui si erigono nuove barriere a difesa della ‘nostra’ Europa e le frontiere divengono il fossato del Mediterraneo. 

 

1989, Berlino. Gli scatti di Kai Wiedenhöfer cominciano qui, l’anno della caduta del muro, in bianco e nero a Potsdamer Platz, dal berretto di un gendarme. Dopo poco più di dieci anni l’inquadratura si allarga, si colora e registra un altro presente: le nuove barriere nate dopo la caduta del muro e i vecchi muri che non crollano. 

2003-2012, quasi dieci anni per fotografare 6386 kilometri di muri. Frontiere nel mezzo di Bagdad, fra Stati Uniti e Messico, che isolano l’enclave di Ceuta e Melilla dal Marocco, che rigano Israele e i Territori Occupati, che spaccano in due Belfast o Nicosia (Cipro). Il formato panoramico ne misura le lunghezze, l’estensione. In una fotografia scattata nei Territori Occupati, l’obiettivo contiene una vallata tutt’intera, dove il muro serpeggia e il paesaggio è interrotto dalle curve dei blocchi di cemento – case bianche da un lato, grigie dall’altro. Dove barattoli, sacchi colorati e detriti hanno lo stesso peso specifico delle case in lontananza di Shu’fat (Territori Occupati, 2008). Muri a confronto che, nel rigore dell’inquadratura, mostrano la loro forza simbolica. Apparentemente neutre, una in fila all’altra, queste fotografie di cemento armato, lamiere, filo spinato, palizzate, reti, circuiti elettrici, cancelli, rivelano la messa in scena del potere. Ma registrano anche quel che se ne fugge: un albero bianco dietro i bidoni nel mezzo di Nicosia (Cipro, 2012) o una striscia di sole che valica la porta stretta e quasi irreale che si apre nel muro di Bil’in (Territori Occupati, 2010). Anche se la guerra contrae il tempo dello scatto, sono inquadrature lente quelle di Kai Wiedenhöfer: lunghi istanti di posa in cui le ombre di tetti e comignoli si stagliano sul muro di Bryston Street (Belfast, 2006) o le fenditure del cemento armato danno a vedere il cielo azzurro del confine (Berlino, 2009). 

 

Lear di Edward Bond e WallOnwall sono i due poli principali di Linee di Confine progetto diffuso e cittadino che apre il teatro alla città, affinché la scena e il mondo fuori – stampato in grande scala – sconfinino l’una nell’altro sotto gli occhi del cittadino-spettatore.

 

La mostra ha avuto una sua seconda edizione nella città di Milano in occasione della tournée dello spettacolo nel 2017.

crediti

un progetto di lacasadargilla a cura di Maddalena Parise fotografie di Kai Wiedenhöfer in collaborazione con Fotografia-Festival Internazionale di Roma il sostegno di Teatro di Roma con il patrocinio dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale

 

foto

Mostratemi una recinzione alta dieci metri,

e io vi mostrerò una scala di undici metri proprio sul confine